Francesco

FROST/NIXON: IL DUELLO

16 03 2009

 

 

Adattamento cinematografico dell’omonima opera teatrale firmata Peter Morgan, Frost/Nixon: il duello è ispirato al ciclo di quattro interviste concesse nel 1977 dal dimissionario presidente americano Richard Nixon al giornalista d’intrattenimento David Frost.

Il soggetto centrale del film, il faccia a faccia fra un astro della televisione in declino e un personaggio politico in cerca di riabilitazione storica, è il punto d’incontro di due personalità parallele destinate nel corso della storia a modificare radicalmente il loro punto di vista. Sia Frost che Nixon infatti vedono nel duello televisivo un’occasione di ascesa e di riscatto, ignorando inizialmente la portata sociale dell’evento di cui sono protagonisti.

Per questo motivo Ron Howard si concentra più sul “dietro le quinte”, lasciando all’intervista soltanto gli spazi necessari a rendere lineare e comprensibile il racconto. Massima attenzione è prestata alle figure secondarie, dal consigliere d’immagine di Nixon ai componenti dello staff di Frost, al fine di rendere più interattivi i due protagonisti che altrimenti, costrette a dispiegarsi in un’ambientazione temporalmente e spazialmente molto ridotta, avrebbero probabilmente finito col risultare noiose e scontate.

La visione del film dimostra invece l’esatto contrario. Troppo sicuro di sé, nervoso, pressato dai suoi collaboratori ed esposto finanziariamente, Frost subisce inizialmente l’acume retorico e politico dell’avversario, che si muove con disinvoltura sul terreno abituato a conoscere da anni di vita politica: l’ex presidente riesce a liberarsi dagli affondi del conduttore con abilità, a volte impantanandolo in esasperanti prese di tempo, a volte contrattaccando con veemenza e costringendo l’intervistatore a ripiegare in disordine.

Il sostanziale vantaggio di Nixon su Frost comincia a farsi più sottile man mano che l’evoluzione psicologica dei due protagonisti comincia a convergere: entrambi infatti si rendono conto che il loro egoistico interesse non può essere anteposto a quello del popolo americano, spettatore e giudice inappellabile. L’ambizione dei due protagonisti si scontra quindi con il valore sociale del loro duello: Frost ne esce rafforzato, avendo dalla sua la missione giornalistica che il pubblico gli ha riconosciuto, mentre Nixon viene travolto dal senso di colpa, e finisce per cadere nelle provocazioni del suo interlocutore.

La sfiducia che aveva pervaso Frost dopo i primi rovesci lascia il campo ad una nuova combattività che si avvale dell’esperienza: è proprio dalla maestria del suo avversario che Frost trae gli insegnamenti grazie ai quali, nelle ultime battute dell’intervista, riesce a metterlo a tappeto.

Non mancano i riferimenti alla natura semplificatrice della televisione, la quale costringe due personalità complesse ed in continua evoluzione ad appiattirsi, sottostando ad un logorante stress e portando i protagonisti verso lo scontro frontale.

 

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Paolo

E’ QUI LA FIESTA?

9 12 2008

Se la fortuna è cieca, la crisi ha una vista d’aquila, il passo felpato di una pantera e la ferocia di leone. Sceglie le proprie prede con cura metodica, secondo una lista ordinata in maniera decrescente. Parte dunque da chi sta meglio. E questo, per fortuna mette al riparo, almeno momentaneamente la nostra Italia, anche se gli strascichi di questa situazione arriveranno e già si sentono soprattutto al nord. Al contrario le economie floride degli Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia al momento non se la passano un gran che. Alle liberalissime politiche economiche e alle liberalissime guerre d’invasione democratica si sono aggiunte negli ultimi mesi misure altrettanto “liberali” come gli aiuti di stato e i salvataggi di alcuni colossi finanziari.

Ma in questa sede vorrei concentrarmi sulla situazione dei nostri cugini iberici che, dopo il tanto annunciato sorpasso nei confronti dell’economia italiana, adesso si trovano invischiati fino al collo dentro alla crisi.
Non sono bastate le vittorie sportive - Aberto Contador Giro d’Italia e Vuelta, Carlos Sastre Tour de France, Rafael Nadal n° 1 della classifica ATP del tennis e soprattutto la vittoria del Campionato Europeo di calcio - per mettere a riparo l’economia spagnola dalla tremenda crisi.

La disoccupazione cresce a ritmi preoccupanti, ad agosto era all’11,3 %, un terzo in più rispetto all’anno precedente; tra il primo e il secondo trimestre 2008 l’economia è cresciuta soltanto dello 0,1 %, il ritmo più lento dal 1993 ad oggi; inflazione record nel mese di luglio, il 5,3 %; un disavanzo commerciale che ha toccato il 10 % del PIL nel primo semestre 2008; ma il problema più grave è l’alta esposizione della finanza spagnola verso il settore immobiliare. La bolla del settore è ormai scoppiata travolgendo l’economia che ormai si avvia alla recessione.
(Dati: Internazionale n° 771)

La visione italiana della Spagna e la nostra invidia - che a torto o a ragione esiste - per l’efficienza, la serietà, i diritti civili, l’economia, potrebbe entrare adesso in crisi proprio come la finanza mondiale. Se cade anche il mito spagnolo, a noi italiani non resta che consolarci con la nostra arretratezza che stavolta ci ha salvati. E citando lo scrittore Vitalino Brancati: “Gli italiani sono disposti a tutto, a fare qualsiasi sacrificio, perfino a fare la rivoluzione, pur di rimare arretrati“.

Una magra consolazione…

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Francesco

E ORA?

6 11 2008

La politica è una questione di atteggiamenti, prima ancora che di programmi. E’ forse, nella sua dimensione più alta, la disciplina nella quale più conta lo “stile”. Non è una questione di quanto sia alta la tua poltrona, ma di come ci sai stare sopra: se ti agiti come uno sciamannato, prima o poi ruzzoli di sotto. Questo discorso credo possa valere a tutti i livelli, ma soprattutto ai piani “altissimi” della politica internazionale, quella che i nostri “premier” si sognano, per intenderci.

Fino a ieri sul “trono del mondo” abbiamo avuto un nanerottolo sbruffone, che per otto anni ha puntellato la sua leadership sguinzagliando i suoi apache su qualsiasi disgraziato indossasse un turbante in testa. Dieci e lode in grinta, ma quanto a stile…

Ora che finalmente Giorgio Cespuglio (eh si, in inglese Bush si traduce così) è tornato a marchiare vacche in Texas, tocca al negroide rampante Obama tirare a lucido l’immagine dell’America, oggi vista dalla maggior parte degli umani senzienti più come un Albert Fish che come uno Zio Sam.

Ce la farà? Il pregiudizio razziale è ormai roba d’altri tempi, e comunque se è vero che gli afroamericani sono figli di schiavi, i loro connazionali bianchi non provengono da un passato più onorevole. A noi europei, governati dai politicanti della terra di mezzo, non resta che ridere della somiglianza fra oBama e oSama, e sperare che l’intelligenza del nuovo Imperatore sia superiore a quella delle sue bombe.

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Paolo

OBAMA PRESIDENTE

5 11 2008

Il Senatore del Illinois Barack Obama vince a valanga le elezioni presidenziali americane e diventa così il 44° Presidente degli Stati Uniti. Supererà ampliamente i 300 grandi elettori (si parla addirittura di 350 e oltre), ottenedo così un risultato storico.

Il suo compito sarà ben arduo visto il momento che attraversano gli USA: il nuovo Presidente dovrà far fronte a 2 guerre (Iraq e Afghanistan) e ad una crisi finanziaria di dimensioni spaventose, senza dimenticare la questione ambientale.

Bob Kennedy potrebbe offrigli un pò di consigli per il suo mandato e per il bene di ogni persona che calca il suolo di questa nostra terra…

Tre mesi prima di essere assasinato, il 18 Marzo del 1968 presso l’università del Kansas, Robert Kennedy pronunciò un discorso che denunciava l’inadeguatezza del PIL come misuratore di benessere e l’incapacità dell’accumulo di beni di portare alla felicità.
 

IL DISCORSO DI ROBERT FRANCIS KENNEDY

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Francesco

ANNIVERSARI

29 08 2008

ATOMICA DELLA TERZA ETA’

Cinquantanove anni fa esplodeva a Semipalatinsk, in Kazakistan, la prima bomba atomica sperimentale sovietica. Un ordigno ancora imperfetto, tutto sommato piuttosto rudimentale, ma abbastanza potente da polverizzare tutto nel raggio di alcuni chilometri. La guerra fredda aveva appena ricevuto il suo battesimo. Da quel momento, per altri quarant’anni, Stati Uniti e URSS avrebbero fatto a gara a chi aveva il petardo più grosso, arrivando sul punto di tiraseli, nel ‘62, quando il compagno Fidel accettò di montarne un paio dalle sue parti.

In quegli anni si sarebbe raggiunta per la prima volta nella storia la possibilità dell’essere umano di garantirsi l’estinzione, e l’impossibilità di usare tutti quei bei fuochi d’artificio su di un nemico che ne aveva altrettanti avrebbe fatto capire ad entrambi i blocchi che non ci sarebbe stato nessuno scontro di civiltà, nessun conflitto ideologico “caldo”, ma solo una continua schermaglia, guarnita di guerricciole secondarie, fino all’esaurimento di una delle due parti. Così è stato, e nel ‘91 l’Unione Sovietica ha chiuso i battenti, rovesciando sulle popolazioni che l’avevano vissuta tutto ciò che di tragico comporta la fine di un mondo. Ma le bombe atomiche sono sempre lì, nei silos, a centinaia. Sono state create per esplodere, e non sono buone per nient’altro.

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