Francesco

E ORA?

6 11 2008

La politica è una questione di atteggiamenti, prima ancora che di programmi. E’ forse, nella sua dimensione più alta, la disciplina nella quale più conta lo “stile”. Non è una questione di quanto sia alta la tua poltrona, ma di come ci sai stare sopra: se ti agiti come uno sciamannato, prima o poi ruzzoli di sotto. Questo discorso credo possa valere a tutti i livelli, ma soprattutto ai piani “altissimi” della politica internazionale, quella che i nostri “premier” si sognano, per intenderci.

Fino a ieri sul “trono del mondo” abbiamo avuto un nanerottolo sbruffone, che per otto anni ha puntellato la sua leadership sguinzagliando i suoi apache su qualsiasi disgraziato indossasse un turbante in testa. Dieci e lode in grinta, ma quanto a stile…

Ora che finalmente Giorgio Cespuglio (eh si, in inglese Bush si traduce così) è tornato a marchiare vacche in Texas, tocca al negroide rampante Obama tirare a lucido l’immagine dell’America, oggi vista dalla maggior parte degli umani senzienti più come un Albert Fish che come uno Zio Sam.

Ce la farà? Il pregiudizio razziale è ormai roba d’altri tempi, e comunque se è vero che gli afroamericani sono figli di schiavi, i loro connazionali bianchi non provengono da un passato più onorevole. A noi europei, governati dai politicanti della terra di mezzo, non resta che ridere della somiglianza fra oBama e oSama, e sperare che l’intelligenza del nuovo Imperatore sia superiore a quella delle sue bombe.

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Paolo

OBAMA PRESIDENTE

5 11 2008

Il Senatore del Illinois Barack Obama vince a valanga le elezioni presidenziali americane e diventa così il 44° Presidente degli Stati Uniti. Supererà ampliamente i 300 grandi elettori (si parla addirittura di 350 e oltre), ottenedo così un risultato storico.

Il suo compito sarà ben arduo visto il momento che attraversano gli USA: il nuovo Presidente dovrà far fronte a 2 guerre (Iraq e Afghanistan) e ad una crisi finanziaria di dimensioni spaventose, senza dimenticare la questione ambientale.

Bob Kennedy potrebbe offrigli un pò di consigli per il suo mandato e per il bene di ogni persona che calca il suolo di questa nostra terra…

Tre mesi prima di essere assasinato, il 18 Marzo del 1968 presso l’università del Kansas, Robert Kennedy pronunciò un discorso che denunciava l’inadeguatezza del PIL come misuratore di benessere e l’incapacità dell’accumulo di beni di portare alla felicità.
 

IL DISCORSO DI ROBERT FRANCIS KENNEDY

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e-speranto

AGGIORNAMENTO 09-09-2008

9 09 2008

E’ stata aggiornata la sezione “Giornale” con l’inserimente dell’ultimo numero de L’Esperanto, N°8 IL SACRIFICIO. Consultalo online oppure scarica la versione pdf!

E’ stata aggiornata anche la sezione “Miscellanea” con l’inserimenti delle iniziative:

Cecenia: Diario di una guerra infinita

I Volti di Cristo nell’Arte

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Francesco

LA SCUOLA DEI “BUONI”

1 09 2008

STORIA E PENSIERO UNICO

Che oggi giorno viviamo sotto il fondamentalismo degli ipocriti non c’è dubbio. Basta partecipare ad una lezione di storia in un qualsiasi liceo per averne prova: “Nel ‘41 il Giappone attacco’ senza preavviso e senza giustificazione gli Stati Uniti, bombardando la loro flotta e convincendoli a scendere in campo contro le forze dell’asse, e allora…” e allora niente. Perchè sia le premesse che la conclusione sono raffazzonate e approssimative. Nessuna allusione agli Stati Uniti che da anni strangolavano l’economia giapponese, e spedivano centinaia di consiglieri militari e treni carichi di armi ai loro nemici.

Un solo esempio, per dimostrare come il pensiero unico (totalitario - moderato), viene inculcato nei cervelli dei ragazzi fin dalle prime esperienze scolastiche.

In barba a quel principio democratico che è il pluralismo dell’informazione, anziché dare agli studenti gli strumenti per guardare la storia con un minimo di spirito critico, la si insegna come una verità rilvelata e gli si incastra il cervello con nozionistica inutile. Il fine, involontario (come spero) o volontario (come penso) che sia, è impedir loro di fare domande.

Domande vere, del tipo “ma siamo sicuri che gli Stati Uniti non gli avessero fatto proprio nulla ai giapponesi?” oppure “e come mai mezzo pianeta gioì, quando seppe dell’attacco a Pearl Harbour?”.

Oggi ricorre il 69° anniversario della seconda guerra mondiale. Come cominciò la guerra? Lo sanno tutti:

IL PROFESSORE “RACCONTA”

“La Germania attaccò senza preavviso la Polonia, orchestrando un casus belli ad hoc, con l’obiettivo di conquistare lo spazio vitale e colonizzarlo con la sua razza ariana, per sterminare gli ebrei e per schiavizzare gli slavi”. Interessata a farsi amica l’Unione Sovietica, per poi attaccarla di sorpresa successivamente, concluse un patto di non aggressione con Mosca, garantito dalla spartizione della Polonia. Ma il governo di Varsavia aveva capito tutto, e strinse un accordo con Gran Bretagna e Francia, per cercare di fermare i tedeschi, che reclamavano con arroganza l’ennesima annessione a maggior gloria del Nazismo e del suo progetto di dominare il mondo”.

Suona bene, eh? I cattivi di Guerre Stellari appaiono come ragazzi in confronto alla “ferocia nazi – fascista”. Eh no, caro professore, secondo me le cose andarono un po’ diversamente:

LO STUDENTE “RIFLETTE”

“Erano tre anni che i nazisti chiedevano alla Polonia la restituzione delle terre tedesche che a Versailles si erano intelligentemente regalate ai polacchi, e da tre anni questi rispondevano attuando una pulizia etnica nelle suddette regioni, provocando ondate di profughi che si abbattevano sulla Germania. Nonostante le violazioni polacche, la Germania aveva prodotto una bozza di accordo nel quale si proponeva di costruire una strada che collegasse i due tronconi del III Reich (separati dal celebre “corridoio”), il ritorno della città di Danzica alla Germania e l’attuazione di un plebiscito nelle terre rivendicate, con il quale il popolo avrebbe potuto esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Qualora i plebisciti avessero visto vincitori i filo – tedeschi, Berlino si sarebbe impegnata a garantire la “sistemazione” delle minoranze polacche entro i confini di Varsavia, nel rispetto dei diritti dell’uomo e garantendo di non procedere a confische senza risarcimento. Per tutta risposta la Polonia decretò la mobilitazione generale e strinse un patto in funzione anti – tedesca con Inghilterra e Francia. Di fronte all’immobilismo ed alle titubanze delle altre potenze europee Hitler trovò un temporaneo alleato nell’Unione Sovietica, interessata per ragioni simili ad ottenere il controllo delle provincie orientali polacche. Fu così che il primo settembre 1939, e seguito della firma di un protocollo segreto con l’URSS, la Germania dette il via all’invasione della Polonia. Siamo sicuri che l’aggressività tedesca non fosse piu’ che motivata?”

 

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Francesco

ANNIVERSARI

29 08 2008

ATOMICA DELLA TERZA ETA’

Cinquantanove anni fa esplodeva a Semipalatinsk, in Kazakistan, la prima bomba atomica sperimentale sovietica. Un ordigno ancora imperfetto, tutto sommato piuttosto rudimentale, ma abbastanza potente da polverizzare tutto nel raggio di alcuni chilometri. La guerra fredda aveva appena ricevuto il suo battesimo. Da quel momento, per altri quarant’anni, Stati Uniti e URSS avrebbero fatto a gara a chi aveva il petardo più grosso, arrivando sul punto di tiraseli, nel ‘62, quando il compagno Fidel accettò di montarne un paio dalle sue parti.

In quegli anni si sarebbe raggiunta per la prima volta nella storia la possibilità dell’essere umano di garantirsi l’estinzione, e l’impossibilità di usare tutti quei bei fuochi d’artificio su di un nemico che ne aveva altrettanti avrebbe fatto capire ad entrambi i blocchi che non ci sarebbe stato nessuno scontro di civiltà, nessun conflitto ideologico “caldo”, ma solo una continua schermaglia, guarnita di guerricciole secondarie, fino all’esaurimento di una delle due parti. Così è stato, e nel ‘91 l’Unione Sovietica ha chiuso i battenti, rovesciando sulle popolazioni che l’avevano vissuta tutto ciò che di tragico comporta la fine di un mondo. Ma le bombe atomiche sono sempre lì, nei silos, a centinaia. Sono state create per esplodere, e non sono buone per nient’altro.

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