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PaolochiudiAutore: PaoloNome: PAOLO VECCHI Email: paolovecchi@hotmail.com Biografia: Nato a Figline Valdarno il 29-06-1984, risiede a Castelfranco di Sopra ed è uno dei fondatori del periodico L'Esperanto. Dopo aver conseguito il diploma di Laurea triennale in Economia e Commercio nel 2006, studia Scienze Economiche e Sociali all'Università di Firenze. Oltre all'interesse per le tematiche politiche, economiche, sociali ed ambientali, ha una passione per la letteratura e la poesia. Nel 2004 ha pubblicato una raccolta di poesie con la casa Edizioni Remo Sandron. Attualmente collabora con la testata giornalistica locale Metropoli.Altri articoli di questo autore (5)
Il Senatore del Illinois Barack Obama vince a valanga le elezioni presidenziali americane e diventa così il 44° Presidente degli Stati Uniti. Supererà ampliamente i 300 grandi elettori (si parla addirittura di 350 e oltre), ottenedo così un risultato storico.
Il suo compito sarà ben arduo visto il momento che attraversano gli USA: il nuovo Presidente dovrà far fronte a 2 guerre (Iraq e Afghanistan) e ad una crisi finanziaria di dimensioni spaventose, senza dimenticare la questione ambientale.
Bob Kennedy potrebbe offrigli un pò di consigli per il suo mandato e per il bene di ogni persona che calca il suolo di questa nostra terra…
Tre mesi prima di essere assasinato, il 18 Marzo del 1968 presso l’università del Kansas, Robert Kennedy pronunciò un discorso che denunciava l’inadeguatezza del PIL come misuratore di benessere e l’incapacità dell’accumulo di beni di portare alla felicità.
Sembra che abbiamo rinunciato troppo e per troppo tempo all’eccellenza personale e ai valori comuni, in cambio della mera accumulazione dei beni materiali.
Il nostro PIL, oggi, ammonta a oltre 800 miliardi di dollari all’anno, ma quel PIL - se giudichiamo gli Stati Uniti su quella base - quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e ambulanze per pulire le nostre autostrade da carneficine.
Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per le persone che le forzano. Comprende la caotica distruzione delle sequoie e la perdita delle nostre meraviglie naturali.
Comprende il napalm e comprende testate nucleari e auto blindate della polizia per combattere le sommosse nelle nostre città.
Comprende i fucili per le stragi e i coltelli per i serial killer e i programmi televisivi che glorificano la violenza per vendere giochi ai nostri bambini.
Eppure il PIL non riconosce la salute dei nostri bambini, la qualità della loro educazione e la gioia del loro giocare.
Non include la bellezza della nostra poesia o la stabilità dei nostri matrimoni, l’intelligenza dei nostri dibattiti politici o l’integrità morale dei nostri pubblici ufficiali.
Non misura né il nostro coraggio, né il nostro giudizio né il nostro apprendimento, né la nostra compassione né la nostra devozione per la nostra patria.
In poche parole misura ogni cosa, eccetto tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
E ci può dire tutto riguardo all’America tranne perchè siamo fieri di essere americani.
FrancescochiudiAutore: FrancescoNome: FRANCESCO BENEDETTI Email: franz.benedetti@virgilio.it Biografia: Nato a Figline Valdarno il 13-09-1987, collabora con l'Esperanto dal 2005. Studia storia contemporanea all'Università degli Studi di Firenze. Interessato di tematiche politiche e sociali, si occupa principalmente di politica internazionale, storia e filosofia. Dal 2008 milita nel movimento politico Casapound Italia. Dal 2004 suona in una Black Metal Band (Mallevs Maleficarvm) con la quale ha inciso un album (March of Death Squads - 2007). Oltre all'esperanto collabora con la rivista d'area Occidentale e cura un blog personale, CountBloodyLand.Altri articoli di questo autore (10)
La morbosa pratica del “benpensare” ci ha sempre portato a considerare il benessere sulla base delle necessità materiali che una comunità è in grado di soddisfare. Se così fosse noi Italiani, che assieme a pochi altri controlliamo l’ottanta percento della ricchezza mondiale, saremmo uno dei popoli più “benestanti” del pianeta. Il fatto è che tutta questa gioia di vivere io non la riesco proprio a vedere: non la vedo nelle smorfie di coloro che rientrano, sudati e incazzatissimi, da una giornata di lavoro frustrante (magari coronata da due ore di coda in autostrada), non la vedo negli occhi allucinati di coloro che tornano, altrettanto sconvolti, da una serata passata a sfasciarsi il fisico (e i neuroni) con qualche superalcolico in corpo, non la vedo neanche nelle facce di coloro che hanno timore di uscire di casa per paura di essere assaliti o derubati, o magari soltanto per non essere costretti a vedere il proprio mondo che decade inesorabilmente.
La verità è che la nostra è una società – sistema, che fa schifo e ne è pienamente consapevole. È una fabbrica nella quale ogni sforzo è teso ad aumentare il consumo, innalzato a valore comunitario ed unico indicatore di progresso. La cultura, mercificata anch’essa, viene “purgata” e sparsa a pioggia, perdendo ogni carattere identitario e spirituale, per assumere quello di nozionistica inutile e pallosa, quando non di mera retorica “politicamente corretta”. Tutto ciò che può rappresentare un obiettivo, una meta sociale, o semplicemente uno stile di vita autonomo viene demolito e criminalizzato: le conquiste diventano privilegio, le tradizioni bigotterie, l’eroismo crimine. Il delirio diventa cardine di un mondo frenetico e brutale. Come fermare questo abominio? Col buon senso, è ovvio. Ma il buonsenso prevede tempo per pensare, e questo lusso, all’alba del terzo millennio, non ci è concesso. In compenso però gli illuminati difensori della libertà ci forniscono tutti i mezzi necessari per dissociare le nostre sinapsi sovraccariche dal malessere (ma non eravamo benestanti?) che ci circonda: una bella dose di stress sociale, un po’ di calore terroristico (“afaghistan, afagnistan, come cazzo si chiama quel paese di kebabbari?”) ultraviolenza innaffiata di sangue (“ma quanto sembra vero quel braccio monco…mi fa quasi eccitare”) condita con upskirts di sciacquette televisive e “spezie” a volontà. Odio l’umanità? La amo, più di quanto non la ami chiunque si rassegna.