d. Giancarlo Brilli

LA DIMENSIONE COMUNITARIA DELLA PARROCCHIA

21 04 2009

Premessa

Nell’ambito di una riflessione sulle motivazioni e le finalità dell’agire politico in generale e della conduzione della cosa pubblica in modo più specifico, mi è stato chiesto di offrire un contributo sui criteri ai quali si ispira la parrocchia nello svolgere la sua missione. Questa richiesta penso sia motivata anche dal fatto che la parrocchia viene percepita come realtà che vive la sua presenza a Castelfranco di Sopra nel segno dell’appartenenza alla comunità. Ho accettato, perciò, di illustrare le ragioni che fanno da riferimento all’impostazione della vita e dell’attività della parrocchia e che, secondo il mio giudizio, possono esserlo anche per chi svolge un “servizio” a vantaggio della collettività. Anche perché personalmente sono convinto che ogni impegno verso gli altri, tanto più quando si tratta di assumere responsabilità pubbliche, ha bisogno di essere ispirato da forti motivazioni ideali, senza le quali si rischia di cadere in esercizio del potere fine a se stesso, finalizzato spesso a favorire interessi personali o di parte. Mi preme inoltre precisare che siamo nel campo dell’opinabile, dove anche il riferimento alla fede va visto solo in ordine a “valori”, che sono patrimonio di tutti e appartengono comunque alla dimensione umana della vita, dentro un progetto di uomo in cui tutti possono riconoscersi.
In questo mio intervento è pertanto del tutto assente l’intenzione di entrare nel dibattito politico in corso fra i diversi schieramenti, nei confronti dei quali la parrocchia ha una posizione di assoluta equidistanza, lasciando la scelta alla libertà dei singoli.

I contenuti della riflessione

Essere parrocchia oggi cosa significa?….

Me lo sono chiesto (non da ora) di fronte ad una società che presenta molti aspetti di crisi, ma che aspetta anche delle risposte.

Gli aspetti di crisi sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla crisi economica, ma che investe anche settori importanti della convivenza umana, quali la famiglia, i rapporti interpersonali, il mondo giovanile, la scuola etc…Tutto ha origine dal fatto che viviamo un periodo in cui sono presenti, come è stato autorevolmente detto (p. Bartolomeo Sorge), elementi di inciviltà, riconducibili alla “inciviltà dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema”.

Anziché limitarsi alla sterile denuncia è fondamentale reagire con impegno, assumendosi in positivo ognuno le proprie responsabilità. Il compito è alla portata di tutti, di ogni persona di buona volontà..in particolare lo è di chi in seno alla società svolge mansioni di guida. La parrocchia è sicuramente una di queste realtà.

In conformità alla propria natura, essa è chiamata a farlo attraverso l’annuncio del Vangelo. C’è un passaggio molto importante della “Novo millennio ineunte”, la lettera apostolica con la quale Giovanni Paolo II° indicava alla Chiesa il programma per il nuovo millennio. Dopo essersi chiesto: “Che cosa dobbiamo fare?”, il papa scrive: “Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde:Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. E’ un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace” (N:M:I: n. 29).

La parrocchia non può certo sottrarsi a questo compito, che costituisce la ragione stessa della sua vita e della sua missione dentro la realtà in cui si trova ad agire. E’ fondamentale, però, che essa abbia la consapevolezza che tale compito è affidato alla comunità parrocchiale nel suo insieme e che il modo più vero e autentico di adempiere ad esso è dato dalla testimonianza, che la impegni a esprimere ciò in cui crede principalmente attraverso lo stile di vita. Nel citato documento, Giovanni Paolo II° lo sottolinea con queste parole: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo” (ivi n. 43). Ecco allora che diventa decisivo per la parrocchia essere e mostrarsi comunità, vorrei dire più precisamente, costruirsi come comunità, nella consapevolezza che rimane comunque un traguardo da raggiungere e non sarà mai raggiunto completamente, perché affidato ai limiti e alle resistenze che sono proprie della condizione umana.

A me piace molto, perciò, pensare la parrocchia nei termini descritti in un altro importante documento, questa volta dei vescovi italiani. Nel “piano pastorale” della CEI per gli anni ottanta “Comunione e Comunità” troviamo scritto: “Inserita nella popolazione di un territorio, la parrocchia è la comunità cristiana che ne assume la responsabilità. Ha il dovere di portare l’annuncio della fede a coloro che vi risiedono e sono lontani da essa, e deve farsi carico di tutti i problemi umani cha accompagnano la vita di un popolo, per assicurare il contributo che la Chiesa può e deve portare. Così essa è dentro la società non solo luogo della comunione dei credenti, ma anche segno e strumento di comunione per tutti coloro che credono nei veri valori dell’uomo: simile alla fontana del villaggio, come amava dire papa Giovanni, a cui tutti ricorrono per la loro sete” (ivi, n. 44).

Da questa visione della parrocchia mi sembra di dover far emergere i seguenti criteri ispiratori:

1 - Per fare comunità, prima di chiederci cosa fare, quali iniziative prendere occorre lasciarsi guidare da quello che il papa chiama “spiritualità di comunione”, un convinto atteggiamento interiore, cioè, che deve ispirare comportamenti e iniziative che vadano nel senso di desiderare che si instauri un clima di intesa fra le persone, fra i gruppi, fra le associazioni, frutto di rispetto reciproco, di dialogo, di attenzione gli uni per gli altri. E’ perciò fondamentale che facciano da guida due principi fondamentali:
a - avere come obbiettivo la promozione del bene della persona umana. Come si dice, al centro deve essere posto l’uomo, ogni uomo e tutto l’uomo.. Da questo principio nasce l’attenzione per gli ultimi. I più in crisi, i più in difficoltà, i più svantaggiati non devono essere emarginati, ma fatti oggetto di maggiori attenzioni. Dicendo questo penso soprattutto ai giovani e ai ragazzi, che vivono la cosiddetta “emergenza educativa”, agli anziani soli, agli extra comunitari.
b - agire avendo di vista il “bene comune”, inteso come “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Avendo ben chiaro che “il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale: essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro…rimane a servizio dell’essere umano, bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo” (v. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn. 164 - 165).

2 - Deve essere in rapporto stretto col territorio in cui vive. Il che significa:
a)- saperne riconoscere e valorizzare l’identità umana e culturale, facendo riferimento alla propria storia e alle proprie tradizioni non per chiudersi in se stessa, ma per dare significato al presente e aprirsi al futuro ricevendo dal passato quelle indicazioni che possono aiutare a capire la strada da percorrere.
b) - essere luogo di accoglienza e di apertura. Soprattutto le strutture della parrocchia devono essere impostate e gestite come servizio a tutta la comunità.

3 - L’attenzione alla persona deve portare a valorizzare e rispettare le diversità e le caratteristiche dei singoli e dei gruppi. Comunità non significa uniformità, ma possibilità offerta ad ognuno a contribuire al bene di tutti con l’esprimere le proprie potenzialità, sapendo riconoscere e accogliere punti di vista, modi di fare, sensibilità diverse, nell’ottica, come già ricordato, del bene comune.

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Paolo

LO SPECCHIO DI UN PAESE

10 03 2009

 

Volenti o nolenti il parlamento, nei regimi democratici, è lo specchio di un paese. Non a caso i parlamentari sono i nostri rappresentanti e nella rappresentazione che forniscono sono presenti tutte le virtù, ma anche tutti i vizi, degli italiani.

Ammesso che ad ogni tornata elettorale si selezionino gli individui più virtuosi per rappresentare l’Italia, questo significa che i nostri parlamentari eccellono: eccellono nelle virtù, ma eccellono anche nei vizi.

Allora non c’è da stupirsi se da oggi nel parlamento italiano si voterà per mezzo di uno strumento di riconoscimento delle impronte digitali, per impedire ai nostri rappresentanti di imbrogliare votando anche per i colleghi assenti.

L’Italia da sempre ha avuto degli eccellenti pianisti…

GUARDA VIDEO (EXIT - LA7)

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Marco

TV CHE VIENE TV CHE VA!

3 03 2009

La vera follia è ingoiare la cronaca televisiva senza un proprio punto di vista, lasciandosi penetrare in profondità senza alcuna possibilità di riflessione.

L’abuso di questo tipo di droga con smercio consentito dai nostri politici e da tutti coloro che la sfruttano, ha effetti devastanti per la nostra capacità di elaborare le idee.  Il tutti contro tutti innescato da questa incessante chiacchierona, oramai liberamente indisturbata, crea nei pochi minuti di servizio concessi a qualche giornalista predatore, la possibilta di aprire e chiudere un caso con giudizio inappellabile, la burocrazia invece ancora rimasta agli anni cinquanta tenta di risalire ai livelli della cronaca televisiva, ma la quantità dei casi espressi passa ogni possibile immaginazione. Quindi fino a quando non potranno pronunciarsi i giudici, avremo un TU SEI COLPEVOLE, il resto si vedrà.

Oggi va di moda la crisi, tutti oramai ne parlano, ma è come se il resto non contasse più niente, dimenticato tutto, i precedenti servizi giornalistici su rifiuti, tasse, ambiente, spariti nel ingordigia televisiva, adesso è tempo di crisi, per un momento siamo stati investiti da questo scottante problema mentre giriamo le nostre forchette negli spaghetti al pomodoro, alla sera poi si apre il misero caso Eluana, mentre il nostro brodo è ancora troppo caldo per potercelo concedere.

Essere folle, vivere in libertà come un dono, non tralasciando l’importanza e l’entità di casi importanti come quelli degli ultimi giorni, però vivendoli con un punto di vista proprio, difendersi da quelle inesauribili cronache che ci portano molto lontani da noi stessi e dalla metà, non cadendo nelle trappole della vanità televisiva assoluta, da dove possono permettersi il lusso, di stravolgere i nostri sogni è la nostra vita che vogliono ed è quella che prendono. Follia è vivere fedeli a se stessi, vorrei che essa si spandesse davvero come l’aria che respiriamo, pensando che sia possibile far vivere gli altri nella piena soddisfazione, accettando il difetto come un sorprendente pregio ed un comune amico dal quale non nascondersi e non sfuggire, ma accoglierlo pienamente così come egli è..

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Francesco

E ORA?

6 11 2008

La politica è una questione di atteggiamenti, prima ancora che di programmi. E’ forse, nella sua dimensione più alta, la disciplina nella quale più conta lo “stile”. Non è una questione di quanto sia alta la tua poltrona, ma di come ci sai stare sopra: se ti agiti come uno sciamannato, prima o poi ruzzoli di sotto. Questo discorso credo possa valere a tutti i livelli, ma soprattutto ai piani “altissimi” della politica internazionale, quella che i nostri “premier” si sognano, per intenderci.

Fino a ieri sul “trono del mondo” abbiamo avuto un nanerottolo sbruffone, che per otto anni ha puntellato la sua leadership sguinzagliando i suoi apache su qualsiasi disgraziato indossasse un turbante in testa. Dieci e lode in grinta, ma quanto a stile…

Ora che finalmente Giorgio Cespuglio (eh si, in inglese Bush si traduce così) è tornato a marchiare vacche in Texas, tocca al negroide rampante Obama tirare a lucido l’immagine dell’America, oggi vista dalla maggior parte degli umani senzienti più come un Albert Fish che come uno Zio Sam.

Ce la farà? Il pregiudizio razziale è ormai roba d’altri tempi, e comunque se è vero che gli afroamericani sono figli di schiavi, i loro connazionali bianchi non provengono da un passato più onorevole. A noi europei, governati dai politicanti della terra di mezzo, non resta che ridere della somiglianza fra oBama e oSama, e sperare che l’intelligenza del nuovo Imperatore sia superiore a quella delle sue bombe.

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Paolo

OBAMA PRESIDENTE

5 11 2008

Il Senatore del Illinois Barack Obama vince a valanga le elezioni presidenziali americane e diventa così il 44° Presidente degli Stati Uniti. Supererà ampliamente i 300 grandi elettori (si parla addirittura di 350 e oltre), ottenedo così un risultato storico.

Il suo compito sarà ben arduo visto il momento che attraversano gli USA: il nuovo Presidente dovrà far fronte a 2 guerre (Iraq e Afghanistan) e ad una crisi finanziaria di dimensioni spaventose, senza dimenticare la questione ambientale.

Bob Kennedy potrebbe offrigli un pò di consigli per il suo mandato e per il bene di ogni persona che calca il suolo di questa nostra terra…

Tre mesi prima di essere assasinato, il 18 Marzo del 1968 presso l’università del Kansas, Robert Kennedy pronunciò un discorso che denunciava l’inadeguatezza del PIL come misuratore di benessere e l’incapacità dell’accumulo di beni di portare alla felicità.
 

IL DISCORSO DI ROBERT FRANCIS KENNEDY

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