Francesco

RAMBOTEACHERS

16 08 2008

GIUSTIZIERI AL COLLEGE

“Guns for teachers”: dal “civilissimo” Texas arriva il nuovo modello sociale. Basta con l’insegnante vecchio stampo, registro e penna stilografica, con gli occhialoni da intellettuale e la borsa piena di cartacce. Si fa avanti il professore del terzo millennio: occhiale da sole lucido, stivale da cow boy, e pistola in tasca. Si, un bel cannone appeso alla cintura è quel che ci vuole per dimostrare che si è all’altezza della situazione.

La società è minacciata dal terrorismo, e le scuole americane hanno conosciuto dal 1999 un’incremento esorbitante delle stragi compiute nelle scuole, per lo piu’ da studenti. Come si può arginare il fenomeno? C’è un’unica soluzione: i nostri ragazzi vanno a scuola armati? E noi ci mandiamo i professori, munizioni pronte e grilletto facile, e vediamo chi ce l’ha più duro. Per cui da oggi niente piu’ corsi d’aggiornamento per i professori durante i mesi estivi, per insegnare ai nostri ragazzi a contare basta svuotare davanti a loro il caricatore della Magnum “high school model”. Nuovi programmi per nuove necessità educative: finisce l’era della cultura, inizia quella dei poligoni di tiro e della “Gestione della Crisi”.

I genitori si dicono entusiasti: il prototipo del “professore sceriffo” piace assai, dà sicurezza e promuove la cultura “giusta”. Chissà se fra un po’ si deciderà di sostituire l’odioso trillo della campanella con un colpo d’artiglieria nel giardino della scuola (Boom! figo e pirotecnico!) o se al posto dell’umiliante mezz’ora dietro la lavagna si passerà alla “danza texana” (con il professore che mira ai piedi dell’alunno e gli intima di “ballare”).

Dall’Europa giungono sommessi bofonchii, d’altra parte nel vecchio mondo sono sempre stati bigotti e rompicoglioni, e dannatamente “socialisti”. E poi vuoi mettere la scena alle interrogazioni:”Prof, non ho fatto i compiti” E il prof accarezzando la 9 millimetri: “Bene, bene, e ora cosa dovrei fare di te???”

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Francesco

ERESIE ARCHITETTONICHE

1 08 2008

AEROURBANISTICA

Quando si parla di futurismo subito viene in mente il celeberrimo detto “Guerra unica igiene del mondo”, poi subito dopo il Fascismo, e in genere, il discorso finisce lì. Cinquant’anni di oscurantismo artistico, sporadicamente violato dal quotidiano eroismo di qualche professore di Storia dell’Arte, hanno impiantato nella mente della gente una visione estremamente riduttiva di quella che fu l’Avanguardia fatta movimento artistico. Avanguardia in tutte le sue forme, ed in tutte le sue espressioni. non pretendo di descrivere in queste poche righe cosa fu realmente l’unica ventata d’originalità squisitamente italiana, dacchè non mi considero degno di superare con le mie parole quelle dei futuristi stessi, Marinetti in primis. Lascio quindi la paorola a loro, che mentre si affermava il modello della città moderna, grigia ed inscatolata nel conformismo borghese, già pensavano al ruralismo velocizzato, all’aeropoesia, all’aeroscultura, alla “Città unica a linee continue da ammirare in volo”

MANIFESTO FUTURISTA DELL’ARCHITETTURA AEREA - FT MARINETTI

Quasi tutte le belle città elogiate dagli automobilisti, essendo state costruite da uomini che ignoravano o curavano mediocremente il volo, hanno, se contemplate dall’alto, un aspetto povero e malinconico. Ai volatori, infatti, sembrano mucchi di rottami, affastellamenti di calcinacci, sparpagliamenti di mattoni o piaghe slabbrate.
Nè colore, nè carattere, nè geometria, nè ritmo.
Le citta più vive appaiono avviluppate di fumi grigi ammorbanti. Le città antiche mostrano una pietrificazione di beghine in gramaglie e neri monaci prostrati in cerchio sotto un campanile ammutolito.
Se atterriamo nel loro odore di benzina muffa cucina incenso tabacco e bucato, sentiamo la calce bluastra dei muri ardere di un desiderio di verde fresco libero volo, incapace come noi di vivere in quel luogo: tormentati frammenti di cielo! [...]
[...]Se entriamo in una di quelle abitazioni ci angoscia la pigiatura degli individui, ognuno a disagio, ognuno schiacciato, non vivificato dall’altrui umanità.
Assurda pazzia di un simile inscatolamento antispirituale, antiigienico, antipratico. Antiche, nuove o rinnovate queste città sono tutte indifese e distruggibili a capriccio di una squadriglia nemica.
Sono tutte antisportive poichè pigiano buffamente l’uomo nella massa sedentaria degli spettatori dello sport invece di agilizzare le sue individuali qualità sportive.
Noi poeti, architetti e giornalisti futuristi abbiamo ideato la grande Città unica a lineee continue da ammirare in volo, slancio parallelo di Aerostrade e Aerocanali larghi cinquanta metri, separati l’uno dall’altro mediante snelli abitati rifornitori (spirituali e materiali) che alimenteranno tutte le diverse e distinte velocità mai intersecantisi [...]
[...] mobili moli d’acciaio per offrire in ogni senso un abbraccio agli idrovolanti e organizzare plasticamente i lunghi ranghi d’onde tagliate dai voli bianchi dei gabbiani, le iridescenti aureole di schiume dei decollaggi e le cascate di diamanti che ornano gli ammaraggi sul verde intenso delle profondità marine[...]
[...]La città unica a linee continue mostrerà al cielo il suo parallelismo di aerostrade turchine oro arancione, aerocanali lucenti e lunghi abitati rifornitori a superfici mobili, i quali comunicheranno coi più alti aeroplani letterariamente, plasticamente, giornalisticamente, mediante armonie polimateriche di metalli cristalli marmi acque immobili agitate o cascanti, elettricità neon razzi[...] Nè leggi di verticalità nè leggi di orizzontalità. Gli edifici in forma di sfera, cono, piramide, prisma dritto triangolare, prisma obliquo quadrangolare, triangolo scaleno, triangolo isoscele, poliedro, losanga, avranno una individualità estetica e pratica[...]
[...] l’abitato rifornitore avrà un equilibrio perfetto tra le diverse parti consacrate all’abitazione, l’educazione, l’arte, la vita politica, l’industria, il commercio, l’agricoltura, lo sport ecc. [...]
[...]Ogni edificio però esprimerà, con la varietà sua polimaterica mobile e il suo giardinaggio complementare, l’anima del suo proprietario che apparirà e profumerà rosa acacia viola vaniglia ecc. Una foresta attraversata una montagna valicata o uno speciale abitato rifornitore costituiranno l’omaggio del popolo a un grande uomo o avvenimento glorioso.
Aboliremo la notte mediante enormi proiettori o soli artificiali volanti o immobili[...]
[...]Sulle più alte terrazze, radiazioni elettriche e elettromagnetiche serviranno a sfollare nuvole e nebbie o plasmarle e colorarle elegantemente [...].

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Francesco

BOEMI VOLANTI

30 07 2008

PRAGA, PATRIA DELLE FINESTRE (E DEI DEFENESTRATORI)

C’è una curiosa passione a Praga, quella delle finestre. Non costruirle, nè dipingerle, né tantomeno appenderci i panni ad asciugare, ma scavalcarle e volare di sotto. Tradizione datata quella dei praghesi, e confermata dalle recenti statistiche, che vedono nella “morte per lancio” la seconda modalità di suicidio nella capitale Ceca.

Tutto nasce in un afoso 30 Luglio 1419 , quando a seguito degli attriti fra hussiti e cattolici un gruppo di rivoltosi seguaci di Jan Hus penetrarono nel palazzo del governo cittadino, e pensarono bene di risolvere la questione lanciando sette consiglieri dalla finestra. Un volo di sette metri non avrebbe lasciato scampo ai poveri consiglieri, che insieme alla tragedia, andarono incontro anche alla beffa, finendo proprio sulle lance delle guardie poste a sorveglianza del palazzo. Risolvere le questioni sociali lanciando gli avversari dalla finestra divenne in breve uno dei tratti caratteristici della cultura ceca, se è vero che nel 1483 altri sette magistrati conobbero l’ebbrezza di un salto diretto dal quarto piano al piano terra: questa volta non c’erano le lance, ma le solide lastre di pietra della via maestra, sulle quali tutti e sette lasciarono le loro ossa più importanti. Nel 1618 all’elegante espediente ricorsero gli aristocratici, che presero sottobraccio tre delegati imperiali e li accompagnarono al finestrone più vicino, dove la forza di gravità fece il resto. In questi casi spesso non rimane al povero malcapitato che pregare per un improbabile miracolo, che, bontà divina, si manifestò in una non proprio elegante montagna di letame, che per puro caso era stata poggiata a ridosso del muro del palazzo. Un poco atletico tuffo nella fanga lasciò praticamente illesi i tre disgraziati, uno dei quali venne perfino nominato cavaliere con l’epiteto di Von Hohenfall, letteralmente “Caduto dall’Alto” (per non dire caduto sulla….). L’era moderna non ha cambiato affatto le abitudini volatili dei boemi, che nel 1948 videro il loro ministro degli esteri proiettarsi dalla finestra del bagno ministeriale. Nel 1997 alla politica si è aggiunta l’arte: il novellista Bohumil Hrabal chiuse in bellezza la propria stagione di vita, cadendo dal quarto piano nel tentativo di nutrire alcuni uccelli annidatisi sul davanzale della finestra.

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Francesco

RICORRENZE

28 07 2008

 COSA O CHI

 Novantaquattro anni fa il mondo esplose per la prima volta. Il mancato rispetto dell’ultimatum – capestro imposto dall’Austria – Ungheria alla Serbia fece scivolare, quel ventotto luglio di un secolo fa, l’Europa nella tragedia. Nel giro di quattro anni e mezzo la gioventù del vecchio continente venne spazzata via: venti milioni di morti, ventidue milioni di feriti, e nessuno dei conti in sospeso da considerarsi pagato.

Le motivazioni che i nostri “educatori” ci forniscono nei libri di scuola per spiegare l’origine di questa mattanza sono a dir poco inesaurienti: c’era la tensione politica, certo, c’era l’espansionismo tedesco, sicuro, c’era pure lo sconvolgimento della società occidentale dovuto alla rivoluzione industriale, pacifico. Ma tutte queste conclusioni sfuggono da un assunto fondamentale, quello che la storia è storia umana, fatta da uomini, più o meno importanti, ma sempre uomini, non da statistiche o potenziali. La crisi sociale, l’attrito politico, l’espansionismo c’erano anche nel 1913, come nel 1870. La domanda da porsi quindi non è Cosa abbia scatenato la Grande Guerra, ma Chi ne abbia sancito la necessità. Ed ecco che bastano tre colpi di pistola, sparati in un caldo pomeriggio di Giugno a Sarajevo, a rovesciare le teorie “scientifiche” della storiografia postmoderna. Il 28 Giugno 1914 l’erede al trono d’Austria, Francesco Ferdinando, viene assassinato da un nazionalista serbo, Gavrilo Princip. Oggi ne parliamo come fosse un episodio marginale, un Casus Belli, in termine tecnico, che Vienna sfruttò per fare la voce grossa a Belgrado. Quest’analisi, a ben guardare, è di un cinismo frustrante, oltrechè evidentemente inesatta. Francesco Ferdinando non era l’ultimo arrivato: era l’erede al trono del più antico stato europeo. Era un simbolo, prima che un uomo. Era l’immagine e la garanzia della continuità della corona asburgica, il punto di fusione di un’impero ad un passo dallo sfascio e dalla disgregazione. La sua morte non fu solo un caso politico, ma anche e soprattutto la fine delle speranze austriache di conservare il clima di fiducia che lui stesso, in molti frangenti, aveva contribuito a reinsaldare nella compagine interetnica dell’Impero. In parole povere, fu un’undici settembre dalle conseguenze devastanti.

A questo punto mi domando: se nessuno di noi si permette di considerare i disgraziati delle torri gemelle come un Casus Belli, perchè non dobbiamo fare altrettanto con la più illustre delle vittime della Grande Guerra? Forse perchè i suoi sudditi la persero? Non sarebbe la prima volta che le “inesattezze” dei vincitori diventano storia…

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Francesco

IMPERDONABILI EQUIVOCI

28 07 2008

 PROBLEMI DI VOCABOLARIO

La morbosa pratica del “benpensare” ci ha sempre portato a considerare il benessere sulla base delle necessità materiali che una comunità è in grado di soddisfare. Se così fosse noi Italiani, che assieme a pochi altri controlliamo l’ottanta percento della ricchezza mondiale, saremmo uno dei popoli più “benestanti” del pianeta. Il fatto è che tutta questa gioia di vivere io non la riesco proprio a vedere: non la vedo nelle smorfie di coloro che rientrano, sudati e incazzatissimi, da una giornata di lavoro frustrante (magari coronata da due ore di coda in autostrada), non la vedo negli occhi allucinati di coloro che tornano, altrettanto sconvolti, da una serata passata a sfasciarsi il fisico (e i neuroni) con qualche superalcolico in corpo, non la vedo neanche nelle facce di coloro che hanno timore di uscire di casa per paura di essere assaliti o derubati, o magari soltanto per non essere costretti a vedere il proprio mondo che decade inesorabilmente.

 La verità è che la nostra è una società – sistema, che fa schifo e ne è pienamente consapevole. È una fabbrica nella quale ogni sforzo è teso ad aumentare il consumo, innalzato a valore comunitario ed unico indicatore di progresso. La cultura, mercificata anch’essa, viene “purgata” e sparsa a pioggia, perdendo ogni carattere identitario e spirituale, per assumere quello di nozionistica inutile e pallosa, quando non di mera retorica “politicamente corretta”. Tutto ciò che può rappresentare un obiettivo, una meta sociale, o semplicemente uno stile di vita autonomo viene demolito e criminalizzato: le conquiste diventano privilegio, le tradizioni bigotterie, l’eroismo crimine. Il delirio diventa cardine di un mondo frenetico e brutale. Come fermare questo abominio? Col buon senso, è ovvio. Ma il buonsenso prevede tempo per pensare, e questo lusso, all’alba del terzo millennio, non ci è concesso. In compenso però gli illuminati difensori della libertà ci forniscono tutti i mezzi necessari per dissociare le nostre sinapsi sovraccariche dal malessere (ma non eravamo benestanti?) che ci circonda: una bella dose di stress sociale, un po’ di calore terroristico (“afaghistan, afagnistan, come cazzo si chiama quel paese di kebabbari?”) ultraviolenza innaffiata di sangue (“ma quanto sembra vero quel braccio monco…mi fa quasi eccitare”) condita con upskirts di sciacquette televisive e “spezie” a volontà. Odio l’umanità? La amo, più di quanto non la ami chiunque si rassegna.

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