Francesco

BOEMI VOLANTI

30 07 2008

PRAGA, PATRIA DELLE FINESTRE (E DEI DEFENESTRATORI)

C’è una curiosa passione a Praga, quella delle finestre. Non costruirle, nè dipingerle, né tantomeno appenderci i panni ad asciugare, ma scavalcarle e volare di sotto. Tradizione datata quella dei praghesi, e confermata dalle recenti statistiche, che vedono nella “morte per lancio” la seconda modalità di suicidio nella capitale Ceca.

Tutto nasce in un afoso 30 Luglio 1419 , quando a seguito degli attriti fra hussiti e cattolici un gruppo di rivoltosi seguaci di Jan Hus penetrarono nel palazzo del governo cittadino, e pensarono bene di risolvere la questione lanciando sette consiglieri dalla finestra. Un volo di sette metri non avrebbe lasciato scampo ai poveri consiglieri, che insieme alla tragedia, andarono incontro anche alla beffa, finendo proprio sulle lance delle guardie poste a sorveglianza del palazzo. Risolvere le questioni sociali lanciando gli avversari dalla finestra divenne in breve uno dei tratti caratteristici della cultura ceca, se è vero che nel 1483 altri sette magistrati conobbero l’ebbrezza di un salto diretto dal quarto piano al piano terra: questa volta non c’erano le lance, ma le solide lastre di pietra della via maestra, sulle quali tutti e sette lasciarono le loro ossa più importanti. Nel 1618 all’elegante espediente ricorsero gli aristocratici, che presero sottobraccio tre delegati imperiali e li accompagnarono al finestrone più vicino, dove la forza di gravità fece il resto. In questi casi spesso non rimane al povero malcapitato che pregare per un improbabile miracolo, che, bontà divina, si manifestò in una non proprio elegante montagna di letame, che per puro caso era stata poggiata a ridosso del muro del palazzo. Un poco atletico tuffo nella fanga lasciò praticamente illesi i tre disgraziati, uno dei quali venne perfino nominato cavaliere con l’epiteto di Von Hohenfall, letteralmente “Caduto dall’Alto” (per non dire caduto sulla….). L’era moderna non ha cambiato affatto le abitudini volatili dei boemi, che nel 1948 videro il loro ministro degli esteri proiettarsi dalla finestra del bagno ministeriale. Nel 1997 alla politica si è aggiunta l’arte: il novellista Bohumil Hrabal chiuse in bellezza la propria stagione di vita, cadendo dal quarto piano nel tentativo di nutrire alcuni uccelli annidatisi sul davanzale della finestra.

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Francesco

RICORRENZE

28 07 2008

 COSA O CHI

 Novantaquattro anni fa il mondo esplose per la prima volta. Il mancato rispetto dell’ultimatum – capestro imposto dall’Austria – Ungheria alla Serbia fece scivolare, quel ventotto luglio di un secolo fa, l’Europa nella tragedia. Nel giro di quattro anni e mezzo la gioventù del vecchio continente venne spazzata via: venti milioni di morti, ventidue milioni di feriti, e nessuno dei conti in sospeso da considerarsi pagato.

Le motivazioni che i nostri “educatori” ci forniscono nei libri di scuola per spiegare l’origine di questa mattanza sono a dir poco inesaurienti: c’era la tensione politica, certo, c’era l’espansionismo tedesco, sicuro, c’era pure lo sconvolgimento della società occidentale dovuto alla rivoluzione industriale, pacifico. Ma tutte queste conclusioni sfuggono da un assunto fondamentale, quello che la storia è storia umana, fatta da uomini, più o meno importanti, ma sempre uomini, non da statistiche o potenziali. La crisi sociale, l’attrito politico, l’espansionismo c’erano anche nel 1913, come nel 1870. La domanda da porsi quindi non è Cosa abbia scatenato la Grande Guerra, ma Chi ne abbia sancito la necessità. Ed ecco che bastano tre colpi di pistola, sparati in un caldo pomeriggio di Giugno a Sarajevo, a rovesciare le teorie “scientifiche” della storiografia postmoderna. Il 28 Giugno 1914 l’erede al trono d’Austria, Francesco Ferdinando, viene assassinato da un nazionalista serbo, Gavrilo Princip. Oggi ne parliamo come fosse un episodio marginale, un Casus Belli, in termine tecnico, che Vienna sfruttò per fare la voce grossa a Belgrado. Quest’analisi, a ben guardare, è di un cinismo frustrante, oltrechè evidentemente inesatta. Francesco Ferdinando non era l’ultimo arrivato: era l’erede al trono del più antico stato europeo. Era un simbolo, prima che un uomo. Era l’immagine e la garanzia della continuità della corona asburgica, il punto di fusione di un’impero ad un passo dallo sfascio e dalla disgregazione. La sua morte non fu solo un caso politico, ma anche e soprattutto la fine delle speranze austriache di conservare il clima di fiducia che lui stesso, in molti frangenti, aveva contribuito a reinsaldare nella compagine interetnica dell’Impero. In parole povere, fu un’undici settembre dalle conseguenze devastanti.

A questo punto mi domando: se nessuno di noi si permette di considerare i disgraziati delle torri gemelle come un Casus Belli, perchè non dobbiamo fare altrettanto con la più illustre delle vittime della Grande Guerra? Forse perchè i suoi sudditi la persero? Non sarebbe la prima volta che le “inesattezze” dei vincitori diventano storia…

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Francesco

IMPERDONABILI EQUIVOCI

28 07 2008

 PROBLEMI DI VOCABOLARIO

La morbosa pratica del “benpensare” ci ha sempre portato a considerare il benessere sulla base delle necessità materiali che una comunità è in grado di soddisfare. Se così fosse noi Italiani, che assieme a pochi altri controlliamo l’ottanta percento della ricchezza mondiale, saremmo uno dei popoli più “benestanti” del pianeta. Il fatto è che tutta questa gioia di vivere io non la riesco proprio a vedere: non la vedo nelle smorfie di coloro che rientrano, sudati e incazzatissimi, da una giornata di lavoro frustrante (magari coronata da due ore di coda in autostrada), non la vedo negli occhi allucinati di coloro che tornano, altrettanto sconvolti, da una serata passata a sfasciarsi il fisico (e i neuroni) con qualche superalcolico in corpo, non la vedo neanche nelle facce di coloro che hanno timore di uscire di casa per paura di essere assaliti o derubati, o magari soltanto per non essere costretti a vedere il proprio mondo che decade inesorabilmente.

 La verità è che la nostra è una società – sistema, che fa schifo e ne è pienamente consapevole. È una fabbrica nella quale ogni sforzo è teso ad aumentare il consumo, innalzato a valore comunitario ed unico indicatore di progresso. La cultura, mercificata anch’essa, viene “purgata” e sparsa a pioggia, perdendo ogni carattere identitario e spirituale, per assumere quello di nozionistica inutile e pallosa, quando non di mera retorica “politicamente corretta”. Tutto ciò che può rappresentare un obiettivo, una meta sociale, o semplicemente uno stile di vita autonomo viene demolito e criminalizzato: le conquiste diventano privilegio, le tradizioni bigotterie, l’eroismo crimine. Il delirio diventa cardine di un mondo frenetico e brutale. Come fermare questo abominio? Col buon senso, è ovvio. Ma il buonsenso prevede tempo per pensare, e questo lusso, all’alba del terzo millennio, non ci è concesso. In compenso però gli illuminati difensori della libertà ci forniscono tutti i mezzi necessari per dissociare le nostre sinapsi sovraccariche dal malessere (ma non eravamo benestanti?) che ci circonda: una bella dose di stress sociale, un po’ di calore terroristico (“afaghistan, afagnistan, come cazzo si chiama quel paese di kebabbari?”) ultraviolenza innaffiata di sangue (“ma quanto sembra vero quel braccio monco…mi fa quasi eccitare”) condita con upskirts di sciacquette televisive e “spezie” a volontà. Odio l’umanità? La amo, più di quanto non la ami chiunque si rassegna.

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Cristian

VIETATO ESPIARE

23 07 2008

Si fa bene a versar lacrime; piangere serve a scaricare i nervi, le tensioni vengono espulse sotto forma liquida dal corpo e si riparte con ritrovato vigore. Anche sull’autostrada hanno capito l’importanza di un salutare break: “Se sei stanco fai una sosta all’area di servizio”. Se si piange si fa un piacere a tutti, soprattutto a chi non ci apprezza e ci vede col culo per terra. Sarò un insensibile, ma personalmente mi dispiaccio del pianto di un pargolo solo se è il figlio di qualcuno a me caro, per tutti gli altri bafonchio cose del tipo “che palle sto ragazzino! Ma la finisce o no?” o “se un si cheta l’affogo!”; la seconda, particolarmente, quando sono in spiaggia sotto l’ombrellone a tentare di dormire.

seppuku sacrificio

Quindi, piangere è ancora “in”, basta farlo nell’intimità domestica, da soli o con chi ci vuol dare una mano.

Vergognarsi invece è decisamente “out”. Espiare una colpa non va più di moda, il senso dell’onore è da calcolarsi secondo parametri più moderni, che tengano conto di fattori assolutamente estranei all’educazione ed all’integrità dell’individuo. Ruba pure, ma non ti far beccare. Al limite ruba così tanto da farti sorprendere con le mani del sacco, ma non confessare.

Gli eroi sono morti ed estinti, restano solo dei pallidi e risibili imitatori di Ulisse.

Cristian

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